Cari lettori, questo numero della nostra rivista esce in un momento in cui cominciamo ad intravedere la possibilità di un ritorno a una vita più normale. Questo significa riprendere attività interrotte per lunghi periodi, ritrovare affetti, vicinanze e rapporti umani di cui tutti abbiamo un disperato bisogno e che, per troppo tempo, ci sono stati strappati. È stato un periodo difficile per chi ha vissuto e vive una condizione di fragilità, fisica e psicologica, che ha dovuto fronteggiare in solitudine, con gli ospedali blindati, senza poter avere un colloquio con il proprio medico e con i propri cari, recandosi da solo a effettuare visite cariche di ansia e di preoccupazione.

Per questo ho voluto, insieme al comitato di redazione, che la fragilità fosse il “fil rouge” di questo numero, per conoscerla ma anche per poterla trasformare da condizione di freno e di chiusura in sé stessi a possibilità di attivare un percorso che possa ridestare energie e voglia di porsi e di raggiungere obiettivi concreti, di salute e di vita.

Come ci eravamo detti nel numero precedente, tutti abbiamo in noi la possibilità di trasformare il negativo in positivo, gli ostacoli in stimoli, il dolore in viatico verso una vita in cui serenità e gioia possano essere recuperati e il buio, la stanchezza, la depressione, superati e lasciati alle spalle.

È un percorso che siamo chiamati a compiere insieme ai nostri pazienti, oggi più di ieri.

Oggi parliamo sempre più spesso di medicina di precisione, siamo in grado di analizzare l’infinitamente piccolo, possiamo scrutare nel genoma, effettuare test genetici, individuare mutazioni che ci permettono di “profilare” ogni singolo paziente in una maniera impensabile fino a pochissimi anni fa. Ne possiamo disegnare un ritratto estremamente preciso e questo ci può condurre a proporre terapie estremamente personalizzate, come, a puro titolo di esempio, i farmaci cosiddetti inibitori di PARP (PARPi), in pazienti con carcinoma della prostata avanzato e resistente alla castrazione che presentino mutazioni di BRCA  1-2.

Ma come si è sempre verificato nella storia dell’uomo e del pensiero, l’analisi sempre più dettagliata può contenere in sé il rischio di perdere di vista l’intero, la realtà di un paziente come persona, con le sue fragilità, le sue aspettative, le sue richieste di condivisione umana e non solo tecnica. Questo è un compito a cui non possiamo, come medici, sottrarci: l’analisi razionale senza sintesi porta a perdere una parte di noi, ci impedisce di vedere ciò che solo un occhio rivolto verso l’alto può vedere. Date un’occhiata alla “Scuola di Atene” di Raffaello: nel momento di massima espressione del Rinascimento; al centro di una realtà umana complessa e variegata, Aristotele indica la terra e Platone il cielo. Mai simbolo è stato così fortemente evocativo della necessità di riunire nella nostra coscienza analisi e sintesi, ragione e sentimento, reale e ideale.

Noi possiamo, e dobbiamo, essere accanto ai nostri pazienti per compiere insieme questo percorso che può diventare un percorso di rinascita, anche con le parole e i gesti, spesso altrettanto efficaci delle medicine.

Leggete l’articolo di Simona, le parole della cura: “Le parole sono finestre oppure muri… e le parole non sono solo quelle che usiamo per comunicare con gli altri, con il mondo esterno e relazionale, ma anche quelle che usiamo con noi stessi, con il nostro mondo interno”. O quello di Lara, fragilità e anti-fragilità, dove si parla di qualcosa che sembra centrare poco con la malattia tumorale, come “la resilienza, l’ottimismo, il supporto di familiari e amici, la fragilità stessa, che rappresentano il presupposto per attraversare il territorio della malattia”.

Leggeteli subito prima di iniziare la lettura degli altri articoli, e poi rileggeteli alla fine. Io l’ho fatto ed è stata una rivelazione. Buona lettura

 

Giario Conti

Area del sito relaizzata grazie al contributo di Janssen